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Isola Teatro – About what?

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 Isola come perimetro, contorno, lembo di terra emerso dal mare, isola come approdo, crocevia, avamposto. Retrospettivamente possiamo dire che ogni lavoro che abbiamo affrontato conteneva come elemento scenico prominente questa perimetratura.

In The Island, traduzione fedele della drammaturgia di scena a firma Fugard, Ntshona, Kani – un drammaturgo bianco e due attori neri nel Sudafrica dell’apartheid – a delimitare l’azione c’era un praticabile nero che in quel lavoro significava l’Isola/Robben Island simbolo del regime, la cella dentro l’isola, ma anche il teatro, il palcoscenicodentrolacelladentrol’isola, ove i detenuti/attori inscenavano la loro riscrittura dell’Antigone di Sofocle, in un gioco di matrioske fra testi classici e riscritture, fra tradizione e tradimento che pure, senza saperlo, ha finito con il caratterizzarci.

Ne La Strada Ferrata uno spezzone di ringhiera tagliava idealmente a metà uno spazio vuoto, creando la linea immaginaria di un binario morto, in Brucia un cerchio di finto parquet veniva ridisegnato ogni volta da strisce di cenere sottile, la cenere di un palcoscenico bruciato, ispirandoci alla cronaca – una coppia di fidanzati incendiari di Ostia impelagati in un rapporto distruttivo – e di nuovo ad una idea di teatro che è fatto di niente, ma pure questo niente deve avere un contorno, per quanto volatile, mutevole, già bruciato.

In Senza Lear le tre figlie del re shakespeariano aspettano un potere tardivo sulle panchine che circondano un finto pratino da calcio, ed è nuovamente nel niente e dal niente leariano che due donne ed un uomo costruiscono una rete di senso, di possibilità, di connessioni. In M-A-E-S-T-A’, con la regia di Alex Guerra ci muovevamo sullo spazio bidimensionale di un pavimento, riproducendo su un ennesimo perimetro, lo schermo di una videoproiezione, le nostre azioni piatte per sperimentare un linguaggio scenico che dialogasse con l’estetica trecentesca della Maestà di Duccio di Buoninsegna.

E infine ora, in Friendly Feuer, questo nuovo lavoro, questa volta europeo, questa volta multilingue, ci interroghiamo sulla generazione che andò a morire cento anni fa e lo facciamo su un immenso taccuino bianco, evocazione della guerra bianca del fronte italiano e del dedalo di parole che quei fanti perduti hanno lasciato. Di nuovo spazio di possibilità, di nuovo pagina bianca da segnare e ancora contorno di un’azione libera, per quanto effimera, transitoria, strappabile, riscrivibile.

Isola come spazio delimitato ma anche “isolato”, allontanato. Perché un tratto distintivo non diventi una gabbia apriamo questo sito, non tanto come “vetrina” dei nostri lavori, ma come spazio di condivisione di riflessioni, materiali ed esperienze, a partire da questo disordinato about che tenta di raccontare, a noi stessi in primo luogo, la natura di questo nostro percorso e il senso del nome che ancora oggi ci diamo.

Marta Gilmore, 26/02/2015