LaCasaBianca

La Casa Bianca al Teatro India

La casa bianca

da un racconto di Armando Iovino
drammaturgia a cura di Marta Gilmore, Armando Iovino
regia Marta Gilmore
con Armando Iovino

in scena al Teatro India – Teatro di Roma nella sala B l’8 e 9 novembre, ore 20:00; 10 novembre, ore 17:00

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– > http://bit.ly/2pgzKrw

Produzione Isola Teatro
con la collaborazione di La Corte Ospitale – Teatro Herberia

LaCasaBianca

Un monologo che ruota attorno a una vicenda familiare, legata alla latitanza di un grande boss della camorra. Una riflessione aperta sulle dinamiche familiari, sulle relazioni profonde tra le persone e la terra, quella terra dalle fortissime tradizioni contadine, poi devastata dall’inquinamento e dall’avvelenamento delle cosiddette “ecomafie”.
Il palcoscenico come la piazzetta di una masseria, dove ci si ritrova per una partita a carte, per due chiacchiere, per passare il tempo in attesa che succeda qualcosa. Come una casa che dà il benvenuto agli ospiti ai quali bisogna offrire la migliore accoglienza. Accoglienza che scivola facilmente nella trappola, nel ricatto per cui non ci si può sottrarre all’ascolto, al rito dell’ospitalità.

Attraverso questa co-abitazione con un pubblico che non è più tale si costruisce una narrazione a più voci, che procede per interruzioni, ripartenze, sospensioni. Filo conduttore è la storia di una donna, membro di una grande famiglia, la sola ad aver deciso di restare a coltivare i terreni ereditati dai propri genitori, che abbandonata a se stessa e schiacciata dai debiti, decide di dare ospitalità ad un importante boss della camorra. Attraverso questa vicenda, raccontata da più personaggi tutti interpretati dallo stesso attore, sarà possibile interrogarsi sui grumi maleodoranti, sulle ferite infette, che affiorano da questa storia come liquami da una falda inquinata.
Ad accogliere il pubblico, ospitarlo e condurlo di punto di vista in punto di vista, c’è infatti un solo interprete, il quale tenterà di portare avanti la storia, la sua storia, quella di un adolescente della provincia napoletana nella cui vita piomba inaspettatamente la grande cronaca, che ha il sapore della leggenda, di un film hollywoodiano. Storia, cronaca, vita personale e biografia familiare tutte puntellate di nomi che all’epoca dei fatti non si potevano pronunciare ad alta voce, e che anche oggi, a distanza di quasi trent’anni, costa fatica far risuonare al centro di una scena. «Per questo il protagonista, che ci ha invitato perché aveva una storia da raccontare, sarà continuamente interrotto dai fantasmi dei suoi co-starring partners, da una famiglia che non ama sentire il proprio nome sulla pubblica piazza. Eppure, faticosamente, andremo avanti fino all’epilogo, fino alla morte per tumore della zia complice e amica del boss, fino al ritorno di suo fratello, lo “zio americano”, che la casetta della vergogna la prende e la butta giù e ne ricostruisce un’altra, che a vederla sembra una versione in piccolo della White House. E allora al suo interno si farà una bella festa, per acclamare l’elezione di Bush junior alla Casa Bianca. In una strana alchimia della storia, era l’11 settembre del 1992 quando il boss era stato arrestato in una buca del pavimento di quella casa. Quell’altro di 11 settembre nessuno lo immagina ancora, ma il loro mondo era già crollato e, come in un dopoguerra che non finisce mai, ci voleva un po’ di America per ricostruirlo».

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Note della regista/drammaturga 

“Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Be- nedicti.”

Placiti Capuani, Capua marzo 960 d.C.

La casa bianca rielabora in forma di monologo teatrale un racconto autobiografico scritto dal suo protagonista, Armando Iovino, attore campano che vanta molte collaborazioni nel teatro di ricerca italiano. Quando l’attore aveva 15 anni, mentre raccoglieva le noccioline nella masseria di famiglia, il più importante boss della camorra dell’epoca fu arrestato in casa di una sua stretta parente, che grazie a questa complicità era passata in breve tempo da contadina indebitata a ricca commerciante di mozzarelle di bufala.

Ne emerge un affresco familiare segnato dal legame con la terra, dove da braccianti si diventa proprietari, e dopo professionisti, avvocati, geometri, ingegneri. Una terra di cui si finisce con il vergognarsi, e che viene poi svenduta, abbandonata, avvelenata. La vicenda di questa parente, corrotta dal potere camorristico che in quelle zone è così pervasivo, diventa lo spunto per riflettere sulla capacità di seduzione della mafia, sulla quella “zona grigia” di cui scriveva con tanta lucidità Primo Levi ne I sommersi e i salvati , nonché sulle responsabilità individuali e collettive che hanno trasformato la Campania Felix in un’immensa discarica abusiva. Come se fosse un paradigma fin troppo scontato, al termine del racconto la zia complice e amica del boss muore di tumore, come tanti in quel “triangolo della morte” dove la stessa camorra che di giorno garantiva la pace apparente, di notte sversava veleni nelle terre dei propri compaesani.

Il riferimento alla White House del titolo non è casuale. L’America pervade l’immaginario di questa storia di provincia, dalle fantasie adolescenziali del suo protagonista, che si trova l’estate a nuotare nelle piscine olimpioniche degli zii americani insieme a inarrivabili cugini yankees, alle grandi leggende che circondano la latitanza del boss dei boss, che lo dipingono in compagnia di gangster e pupe tra New York e Miami, e non certo in una botola scavata nel pavimento a 100 metri da casa. “Il colono fa la storia. La sua vita è un’epopea, un’odissea. Lui è l’inizio assoluto…” scrive Fanon, leader della rivolta anti-coloniale algerina ne I dannati della terra. Tra quell’America il cui eco ci arriva da una canzone suonata alla radio, e la terra “in carne ed ossa” in cui vivono i dannati di questa storia, esiste un rapporto di tipo coloniale che la chiusura finale dello spettacolo restituirà con sorprendente precisione.

La casa bianca è un monologo leggero in cui l’unico attore sulla scena dialoga direttamente con il pubblico, coinvolgendolo nel racconto, come se fossero gli astanti del cortile della masseria, o gli invitati a una festa di paese. La narrazione viene condotta con un gioco teatrale veloce e spiazzante che dà voce a più personaggi e non teme di passare da un registro all’altro. Per raccontare con stile volutamente anti-retorico, non la storia di un riscatto, di una ribellione, ma quella di una sottomissione e di una colpevole complicità. Il riscatto è nell’atto di dare voce, di rompere il silenzio, è insomma compito ingrato e impossibile dell’attore solo che la porta avanti. Trasformando i presenti nei suoi compagni di viaggio, in altri esseri umani seduti non di fronte ma insieme a lui, egli tenterà di ricreare, durante l’ora dello spettacolo, quella comunità solidale e dolente ma ancora capace di ridere e indignarsi, che è l’unica risposta possibile alla solitudine di un popolo davanti a un potere che lo schiaccia avvelenandone l’anima e il corpo.

Marta Gilmore

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                                                                                    Nota dell’autore/interprete

“La virtù non si può innestare nel nostro antico ceppo senza che non permanga il suo vec- chio sapore.”

William Shakespeare, Amleto

Sono nato e cresciuto in un piccolo paesino nella provincia di Napoli. Anonimo e senza nessuna grande storia alle spalle. Come le nostre vite di adolescenti, trascorse a rincorrere un pallone e ad essere bravi a stare dalla parte giusta, quella del più forte. Circondati da terre fertili e silenziose, ideali per chi doveva nascondersi, il paese era la casa di impor- tanti boss della camorra, ai quali era concesso un silenzio condiviso in cambio di una legalità che lo stato non poteva garantire. Niente droga, niente furti, niente di niente, solo silenzio appunto. Che non fa una colpa, fino a prova contraria. Un giorno uno di questi capi viene arrestato e la casa che lo ospitava non era una casa qualunque ma quella di una nostra parente. La nostra era una grande famiglia, conosciuta e rispettata da tutti, presa ad esempio per l’armonia e l’unione che sapeva trasmettere al di fuori di essa. L’immagine di rispettabilità costruita nel tempo e di cui tutti andavamo fieri è finita lì, in un pomeriggio d’estate, mentre mangiavamo la pasta al sugo davanti al telegiornale.

Il racconto parte da qui, da questo snodo che ha scoperchiato di fatto una rete di relazioni familiari malsane, una cieca ambizione personale, una profonda incapacità ad accettarsi nel confronto con l’altro. Nessun antidoto ha salvato colpevoli e vittime dal veleno che lentamente si è insinuato nei nostri corpi e nella nostra famiglia. Oggi la cronaca ci riporta quotidianamente notizie di terre scavate sotto le quali vengono ritrovati rifiuti tossici di ogni tipo. Terre fertili, come in nessun’altra parte del mondo, orgoglio di un popolo contadino che ne aveva fatto la sua ricchezza, diventate enormi buchi neri avvelenati irrimediabilmente, almeno per la mia e le prossime generazioni.

Due fatti che apparentemente non hanno nulla in comune, se non i luoghi degli avvenimenti, ma il cui reciproco legame stiamo tentando di indagare, a partire da un bisogno personale, quello di raccontare, per contrastare la mia natura di uomo silente e superficiale, figlio della famigerata “terra dei fuochi”. Interrogandomi su questi ed altri fuochi, come quello dell’ambizione che ci ha spinti tutti a voler essere migliori di quello che eravamo, a snaturarci pur di essere riconosciuti ed apprezzati, a rinnegare le nostre origini fino al punto da considerare la terra priva di valore. Meglio venderla, farle diventare un pozzo senza fondo, tanto basterà coprirla. Poco importa se a morire saranno gli altri, ancor meno se a morire saremo noi stessi.

Armando Iovino, giugno 2019

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