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Graziano Graziani

“Al centro di «Brucia», l’ultimo spettacolo di Isola Teatro (di recente in scena al Teatro Arvalia per la rassegna Mutamenti), c’è un fatto di cronaca, da cui la compagnia romana è partita per sviluppare liberamente la storia. Un fatto reale che però ha un forte impatto simbolico: l’incendio che nel dicembre 2007 ha distrutto il Teatro Fara Nume di Ostia, Roma. Un incendio che, si scoprirà, è stato appiccato dolosamente da una ragazza che seguiva corsi di recitazione, che voleva fare l’attrice, ma di fronte alla ferma opposizione del suo ragazzo, accecato dalla gelosia, decide di dargli una prova d’amore estrema, dando alle fiamme il teatro assieme a lui. Ma è anche il rogo della cultura (quella dell’incontro e dei saperi), sacrificata sull’altare del fluttuante vuoto contemporaneo, che sogna una stabilità che ha il sapore di una chimera ma prende la forma del più ovvio degli orizzonti: l’amore romantico, una casa, una famiglia.
(…) È un teatro ridotto al minimo, questo ideato da Marta Gilmore, dove ogni cosa superflua decade per fare spazio all’attore e alla sua presenza. Una scelta che illumina la storia, la rende profonda e allo stesso tempo leggera, in grado di arrivare senza una mediazione. Perché lo spettacolo prende forma, più che dalle parole, dalle relazioni che si instaurano tra gli attori: dal contrasto tra l’isterismo (piacevolmente irritante) di Pamela Sabatini e la calma ottusa, maniacale di Beniamino Marcone; e dall’incontro impossibile tra due esistenze bloccate, plasmato da una camaleontica Laura Riccioli e da un Armando Iovino particolarmente convincente.”

Graziano Grazianida Carta n°15/2009
Alessandro Paesano

“Ispirato” non vuol dire che il testo scritto sia una banale drammatizzazione del fatto di cronaca, ma un’intelligente e felicemente riuscita ricerca drammaturgica compiuta dalla compagnia Isola Teatro di Marta Gilmore che firma la regia dello spettacolo.
(…) Questo doppio binario, questo alternarsi di coppie e situazioni è solo uno dei doppi che danno forma alla pièce, tutti segni evidenti del discorso (meta)teatrale che lo spettacolo affronta mentre ragiona sulle persone. Un doppio come quello tra realtà e finzione del teatro, tra attore e personaggio, tra scenografie a ambienti reali del racconto. La coppia di giovani brucia il teatro concretamente, è da quell’incendio che proviene la cenere che pervade la scena, come se l’incendio fosse già avvenuto, e infatti lo spettacolo inizia dalla fine, con la fidanzata che si lamenta di non vedere più e lui le soffia via la cenere dagli occhi. Il racconto a fatti avvenuti ha qualcosa del rito più che dell’analessi. Il rito di un racconto che al contempo è concreto e simbolico, come accade sempre a teatro.
(..) La cenere funge da correlativo oggettivo essendo impiegata sia nella sua concretezza di elemento che sporca e invade la scena e gli attori, sia come elemento scenico, che di volta in volta diventa qualcosa di diverso non solo perchè a teatro qualunque oggetto può essere diventare qualcosa d’altro ma anche perchè quella cenere era un divano o un’altra scena prima che venissero bruciati. Significato e significante si con-fondono in un suggestivo ed elegante doppio rimando, concreto, simbolico, proprio come il Teatro.
(..) Brucia colpisce però non solamente per il testo e le sue implicazioni ma anche per la messa in scena che non è mai solamente mentale, di parola, gli attori sono in scena con tutto il corpo che diventa personaggio esso stesso nella sua performatività . (..) Merito anche di una regia che si impone non solo per il modo di disporre una luce o di far cantare una canzone (lo spettacolo è sorprendentemente privo di musiche, la prostituta Patrizia canta una canzone di Gianna Nannini senza base, a cappella, solo durante l’uscita finale per gli applausi sentiamo la canzone originale) ma perché ha impiegato gli attori come corpi performativi durante tutta la costruzione dello spettacolo. Brucia è uno spettacolo vivo e intenso, esemplare nel modo che ha di intendere e praticare il teatro, degna conclusione dell’interessante rassegna Mutamenti proposta dal Teatro Arvalia. Isola Teatro è una compagnia da seguire in tutte le sue produzioni.

Alessandro Paesanoda Teatro.itwww.teatro.it
Andrea Pocosgnich

“La prima caratteristica che colpisce di questo gruppo è la capacità di elaborazione drammaturgia e scrittura scenica. La fantasia con cui il dramma viene sviscerato è protagonista di una ricerca che non approda mai nei suoi 55 minuti a qualcosa di già sentito. Lo spettatore si trova di fronte a 2 coppie d’attori che giocano all’interno di un cerchio, ma il loro gioco è serissimo, per quell’ora scarsa lo spazio scenico è la loro isola. (…)
E’ da sottolineare il rapporto fortissimo che c’è tra gli attori, una relazione che ha permesso alla regista di dar sfogo a una vivida fantasia scenica. In questo senso va visto l’uso della farina (unico elemento scenografico insieme alla sedia) con la quale i quattro personaggi ricreano gli oggetti e gli spazi fisici della propria vita, oppure l’insieme dei gesti con cui i due fidanzati si parlano.
In un amore claustrofobico che non ammette altra vita fuori da esso anche la violenza implode e, in questo teatro, la sottomissione è un uomo che trascina per i piedi il proprio amore in una spirale di cenere

Andrea Pocosgnich http://guide.supereva.it/teatro_contemporaneo/
Francesco Lucioli

“ (…) Ma Brucia è anche e soprattutto un testo affascinante e sconvolgente allo stesso tempo, un testo che mette alla prova gli interpreti e come singoli e come gruppo corale. I protagonisti – Armando Iovino, Beniamino Marcone, Laura Riccioli, Pamela Sabatini– donano ai loro personaggi altrettante specifiche e articolate identità: sul palcoscenico non agiscono quattro maschere o quattro caratteri, bensì uomini e donne con una storia e un’anima, uomini e donne che si confrontano alla ricerca di una relazione (im)possibile.
La regia curata e precisa di Marta Gilmore non lascia nulla al caso: gestualità, espressioni, escursioni interpretative sono frutto di attenzione e studio scrupolosi. Gli attori si muovono come manichini improvvisamente animati su un palco completamente vuoto ma presto riempito di nuvole di bianca farina. Il cerchio di legno su cui i protagonisti entrano ed escono in continuazione si trasforma così, grazie a qualche linea tracciata a mano, in spazi e oggetti sempre diversi e mutevoli, ora mura rassicuranti di una casa-nido, ora caffettiera che suggella un ultimo incontro d’amore, per diventare infine immagine concreta e tangibile delle nuvole di fumo che si innalzano dall’incendio dello spazio teatrale, quasi a dimostrare l’impossibilità della stessa rappresentazione scenica. Spettacolo minimalista e insieme di grande suggestione, con scene di forte impatto visivo, giustapposte le une alle altre come fotogrammi da cogliere nella loro unità individuale prima che nella loro articolazione collettiva, Brucia unisce all’attenzione per l’immagine anche il gusto per il dato olfattivo, con quell’intenso aroma di caffè che si diffonde dal palcoscenico nella sala, per la gioia degli spettatori

Francesco Luciolida Cinemavvenire http://www.cinemavvenire.it/teatro/
Simone Nebbia

“Cos’è che brucia quando una passione eccedente sovverte la ragione? Quando la fiamma di un rogo dilaga oltre il proprio fuoco interno e si propaga a tutto ricoprire: sogni, desideri, visioni? C’è qualcosa che offusca gli occhi se una passione brucia, ed è quel che finisce per compiere un rimando che sembra un gioco linguistico: il sentimento di una passione bruciante finirà per ardere quella stessa passione, coinvolgendo chi la vive del medesimo rogo. In questa fiamma è contenuto il nuovo lavoro ideato e diretto da Marta Gilmore per Isola Teatro, dall’emblematico titolo Brucia.
(…)Ne nasce uno spettacolo piacevole, stimolante e creativo, con su tutto due parole d’ordine che ne segnano il corso: estro e lentezza; l’estro è la capacità di guardarsi dentro e saper dipingere una scenografia in corso d’opera interrogando la loro intima voglia-esigenza di essere in scena, non soltanto di recitare, stimolando dunque la comprensione intelligente e la creatività: un ottimo esperimento che mette a nudo la plasticità e insieme l’irrealtà, la capacità allo stesso tempo tangibile e aleatoria che solo possiede il teatro. Secondo elemento la lentezza: accompagnano nello spettacolo prendendo lo spettatore per mano, un oggetto alla volta, e non è assenza di un ritmo avvincente ma un dono che articola il tempo giusto di questa storia, il tempo interno che fuori si lascia percepire con fine accortezza.
(…) C’è inoltre un elemento cui vorrei dare risalto: una tristezza emozionale accompagna due amanti sulle note di una canzone trash: ecco chiaro il senso dello straniamento, della sorpresa che va a cogliere l’origine, la verità che risiede in un frammento di testo.
L’intento meta-teatrale si svolge lungo tutto l’arco della storia: il raffronto tra la vita reale che vuole essere altro da sé, l’impossibilità di una coppia, il gioco condiviso dell’altra, giocato a perdere per entrambe: quanti sogni si possono avere? Ce la faranno mai a diventare reali? Capiranno presto i quattro amanti, sognatori sconfitti, nel rogo di un palco e del suo contorno, che nulla è più vero di un teatro che brucia.”

Simone NebbiaTeatroTeatro.itwww.TeatroTeatro.it
Daniela Bellino

“(:.) Il merito indiscusso dello spettacolo è il ritmo con cui le due vicende si sollevano pian piano dalla dimensione quotidiana, come un aereo che lentamente rolla sulla pista fino a trovarsi in aria. I tracciati psicologici, prima così chiari, cominciano a diventare sempre più sfaccettati, compaiono delle ombre, accennate all’inizio, via via sempre più lunghe, e, in modo assolutamente plausibile, si comincia una discesa per l’inferno. Il ragazzo, così perbene e educato, è mosso sempre di più da paure e insicurezze, fino al punto di rinchiudere la sua fidanzata, per non farle frequentare la scuola di teatro a cui lei si stava appassionando. Il custode, da grigio impiegato che cerca sesso a pagamento, diventa un potenziale maniaco, che oscilla tra lo spettro dell’impotenza e la capacità di sognare, quando chiede alla prostituta romena di salire sul palco e cantare.
(…) La direzione degli attori, infatti, va verso una grande sensibilità del corpo, che rende la materia drammaturgica più umana, più diretta. I salti e le posizioni anomale che prendono ogni tanto gli attori non sono una fuga verso l’astratto, ma riescono a rendere la circolarità un po’ angusta del palco più dinamica, movimentata. Bravi e affiatati gli attori, Armando Iovino, Beniamino Marcone, Laura Riccioli e Pamela Sabatini, cercano un’immediatezza nell’espressione che è notevole; il percorso psicologico di ognuno è curato fin nei dettagli e non si perde mai nei meandri della retorica teatrale. Poco importa se sul palco la cenere è stata sostituita dalla più salutare farina; gli attori se la spargono addosso, la usano per truccarsi, per annullarsi, per delimitare gli spazi in modo definito segnando tracciati che ricordano le righe bianche di Dogville di Lars Von Trier. Gli spettatori la scambiano per cenere e, fin dall’inizio, l’impressione è che tutto sia già bruciato, ancora prima che bruci.”

Daniela Bellinoda laltrapagina.itwww.laltrapagina.it